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lend, lingua e nuova didattica.
A proposito del documento “La Buona Scuola”
 
Lo scorso 3 settembre 2014, con il documento “La Buona Scuola”, il governo ha diffuso le sue linee di politica scolastica tentando un rapporto sulla stato della scuola italiana e, in controtendenza rispetto a quanto è finora avvenuto, dichiarando di voler intervenire sui problemi rappresentati “per far crescere il Paese” anziché per recuperare risorse.
L’associazione lend - lingua e nuova didattica - esprime un giudizio positivo sulla decisione di coinvolgere il Paese in una vasta operazione di discussione sulla scuola. L’augurio che esprimiamo è che la consultazione coinvolga davvero una platea molto ampia e apprezziamo lo sforzo divulgativo che si sta facendo per sollecitare il confronto.
 
Ci pare però che il documento non definisca con chiarezza una visione di “buona scuola”e non rappresenti l’orizzonte di senso entro cui il progetto debba e possa davvero maturare: che cosa è una “buona scuola” per il governo? Quali ne dovrebbero essere le caratteristiche? A quali ideali di società e di educazione ci si vuole ispirare nel disegnare la “buona scuola”? A queste domande si fa fatica a dare una risposta leggendo le proposte contenute nelle oltre 130 pagine di cui si compone il documento. Avremmo preferito che le numerose sollecitazioni si inquadrassero in una cornice di senso più esplicita e riconoscibile perché è l’identità culturale che tiene insieme e anima un Paese.
Nei contenuti rileviamo come la parte iniziale riferita alla professione docente, agli organici, al piano di assunzioni... sia molto dettagliata e si ponga come immediatamente operativa al punto da definire, per alcune scelte, tempi e impegni di spesa. Tutto quanto serve a definire il reclutamento dei docenti, la stabilizzazione dei precari, la carriera del personale docente, i ruoli all'interno della scuola occupa circa la metà del documento. Pur ritenendo doveroso trovare una soluzione al problema del precariato nella scuola italiana, non pensiamo che il piano per l’assunzione dei precari determini un miglioramento tout court della nostra scuola; anzi…, ancora una volta, si finirebbe per premiare più l’anzianità che il merito e la qualità dell’insegnamento, non prevedendo alcuna selezione iniziale.
 
Apprezziamo l’attenzione del governo per la formazione docenti (parte 2)che “deve diventare lo strumento per qualificarne la professionalità alla luce delle possibilità di carriera introdotte dal nuovo contratto” (p.47). Abbiamo altresì accolto favorevolmente il fatto che le associazioni professionali dei docenti figurino tra i quattro soggetti preposti alla formazione. Questa scelta riconosce quindi alle associazioni compiti di formazione che esse hanno già dimostrato di sapere svolgere attraverso la sperimentazione e la condivisione di buone pratiche, la ricerca sul campo, la costituzione di gruppi di studio che uniscono competenze e professionalità appartenenti, spesso, ad ordini di scuola diversi.
Si tratta di una scelta coraggiosa, accanto a quella di definire il carattere obbligatorio della formazione per tutto il personale docente.
 
Riteniamo, tuttavia, indispensabile che il ministero continui ad esercitare un ruolo di indirizzo attraverso la direttiva annuale sulla formazione. Il rischio che si prefigura, infatti, quando si precisa che “questa formazione obbligatoria non potrà essere calata dall'alto, ma dovrà essere definita a livello di istituto” (pag. 47) è che si assista al proliferare di proposte di formazione che rispondono a mode del momento, troppo legate a scelte territoriali e contingenti. La presenza di un’azione di indirizzo nazionale deve poter garantire e sostenere lo sviluppo professionale dei docenti cui il documento affida compiti nuovi e rinnovati, capaci di sostenere un innalzamento complessivo della qualità degli apprendimenti in tutto il Paese, nello scenario attuale caratterizzato da vistose differenze territoriali.
L'attenzione all'insegnamento e apprendimento delle lingue compare nella quarta parte “Ripensare ciò che si impara a scuola”. Ci fa piacere osservare l'uso del plurale nel riferimento alle lingue, in netto contrasto con le decisioni prese negli ultimi dieci anni e le norme conseguenti che hanno, invece, ridotto la presenza delle linguenel curricolo obbligatorio, nonostante le dichiarazioni di principio. Questa dichiarazione a favore delle lingue richiede, però, che il legislatore torni ad affrontare alcuni snodi di politica linguistica. In particolare, si ritiene utile superare e far superare al Paese una visione meramente strumentale dell'apprendimento delle lingue. Infatti, se è vero che il possesso di competenze plurilingui facilita l'inserimento nel mondo del lavoro ed è fattore di occupabilità - aspetti di cui il documento sembra essere consapevole (p.94) - noi riteniamo che l'educazione plurilingue e interculturale sia, in primo luogo, al servizio dello sviluppo della persona.
 
Abbiamo letto favorevolmente l'importanza che si vuole dare all'adozione della metodologia CLIL fin dalla primaria. Ma a tale proposito occorre fare scelte che permettano di avere docenti CLIL formati con le competenze linguistiche e metodologiche necessarie a garantire l’efficacia dei percorsi didattici: non si diventa insegnanti CLIL prendendo scorciatoie.
E’ necessario anche definire le caratteristiche proprie del docente CLIL nella primaria, visto che il documento pone l'introduzione di questa metodologia fin dai primi gradi dell’istruzione obbligatoria. E’ inoltre necessario introdurre il CLIL anche nella formazione professionale: ad oggi, il CLIL è obbligatorio nei licei e negli istituti tecnici.
Una risposta al problema potrebbe essere quella di riconsiderare l’ipotesi di cooperazione dell’insegnante di lingue e di quello disciplinare con un sistema di crediti reciproci che sostenga l’espansione delle opportunità per le scuole.
Per quanto riguarda le lingue all'interno del curricolo, inoltre, riteniamo che il documento dovrebbe affrontare la questione del carattere multilingue delle nostre classi: i repertori linguistici degli apprendenti possono essere usati per la costruzione di competenze plurilingui ma occorre definire il ruolo del docente di italiano L2 e prevedere, nella formazione iniziale, interventi specifici perché ogni insegnante sappia valorizzare la lingua madre degli studenti nell'apprendimento delle altre lingue e linguaggi.
 
Auspichiamo, infine, che questa prospettiva sulle lingue porti ad un ripensamento della scelta a favore della sola lingua inglese come lingua obbligatoria nel curricolo per tredici anni, dalla prima classe della primaria al termine della secondaria di secondo grado, scelta sui cui esiti deludenti occorrerebbe riflettere con maggior attenzione.
Riguardo alla selezione iniziale dei docenti di lingue riteniamo sia necessario ripensare gli attuali sistemi di reclutamento (che tipo di concorso, quali commissioni e che tipo di prove sono davvero efficaci?) e prevedere l’obbligo di periodi di studio all’estero dove l’apprendimento linguistico si saldi con una solida conoscenza della cultura e della società del/dei Paese/i di cui si insegna la lingua.