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Una figura retorica si è imposta all’attenzione di chi si interessa di comunicazione e di linguistica in queste ultime settimane: l’eufemismo. Si tratta della sostituzione di parole bandite dall’uso per effetto di interdizione linguistica per cause psicologiche, convenzioni sociali e culturali. Anziché “efferati omicidi di persone inermi”, si dice “i fatti di Parigi”. Lo faranno anche per brevità, ma a me pare veramente una sintesi offensiva. Gli omicidi perpetrati da criminali fanatici pare abbiano causato l’eliminazione di un’altra parola tabu, per cui il termine Natale viene sostituito con inverno. Quest’ultima perla di ignoranza crassa riguardo alla storia culturale e alle tradizioni del proprio paese è stata partorita addirittura da un dirigente scolastico. Non si capisce infatti perché si dovrebbero interrompere le lezioni per festeggiare l’inverno e celebrare tale stagione il 21 gennaio, ossia un mese dopo, al fine di non offendere chi non è di fede cristiana. Con questo principio si dovrebbe abolire lo studio del latino, lingua ufficiale del Vaticano, eliminare lo studio della storia dell’arte che annovera molte natività e che dire poi della lingua e del pensiero di quei politeisti dei greci? Non si studino né Marx, né Feuerbach che sulla religione hanno espresso opinioni poco acconce che potrebbero colpire la sensibilità dei credenti di qualsiasi fede, per tacere di Darwin: anatema, anatema! A difendere alunni, famiglie e docenti da questo protagonismo nefasto di eventuali dirigenti non proprio di solida cultura umanistica e costituzionale, vi è l’articolo 33 della legge fondamentale della Repubblica italiana, che consente agli insegnanti di non doversi uniformare ad alcuna direttiva di ordine ideologico o confessionale da chiunque provenienti.
Invece, di offendere gli atei, anzi i laici, perché anche ateo è diventata un’altra parola tabu, non importa niente a nessuno. Ad esempio criticare chi si è disperato per gli omicidi dei parigini e non per quelli dei cittadini russi e di Beirut è molto offensivo, oppure frutto di altrettanta ignoranza crassa. Le mie radici culturali e quelle alla base dei principi che hanno ispirato la Costituzione del mio paese sono a Parigi, calamita e fulcro dinamico del talento e del meglio che hanno espresso la letteratura e l’arte anche dopo l’Illuminismo: in quale paese si rifugiò Oscar Wilde, in miseria e abbandonato da tutti dopo la condanna a due anni di lavori forzati per omosessualità? In quale città fu pubblicato lo scandaloso Ulisse di Joyce, dove egli rimase vent’anni frequentando Aragon, Eluard, Th. S. Eliot, Hemingway, Fitzgerald e Beckett? In quale altro luogo al mondo si possono trovare per l’appunto riuniti tutti insieme artisti quali quelli citati sopra insieme a Gertrude Stein, Buñuel, Dalí, Braque, Picasso, Modigliani, “you name it” si direbbe in inglese e, sicuramente, me ne sono dimenticata moltissimi.
Parigi è la metafora par excellence della laicità e della libertà di espressione. Voltaire, infatti, non era originario né di Beirut né di Mosca, come spero abbiano spiegato, alle “studentesse”-le virgolette sono d’obbligo- che non hanno voluto aderire all’iniziativa del minuto di silenzio, motivando la loro decisione con il fatto che tale iniziativa non era stata presa per i morti causati dagli attentati in Libano e dalla bomba sull’aereo russo. Se fossero state mie allieve, avrei detto loro, “se voi potete opporvi senza subire nessuna conseguenza negativa per questa presa di posizione, lo dovete proprio a Parigi” e magari avrei aggiunto: “Vive la France, toujours vive la France!” e l’avrei ripetuto anche alla dirigente che ha minimizzato l’episodio.
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